Un castello… in villa di gentili forme architettoniche

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Nel Duecento era un orgoglioso complesso fortificato a guardia del territorio, poi per le mutate condizioni politiche, il Castello di Montozzi, a lungo conteso fra le famiglie feudali dei Guidi e degli Ubertini, perse il suo interesse strategico e non fu più utilizzato, tanto che già alla fine del Trecento è tristemente in rovina. Dovranno passare altri tre secoli quando nel Seicento la nobile famiglia cortonese dei Bartolini Bandelli, che avrà poi fortuna anche a Firenze, si fa edificare una bella villa-palazzo nei pressi di quei feudali e gloriosi ruderi, inglobandone buona parte nel nuovo complesso. Una sorta di reintegrazione della memoria e di convivenza fra passato e presente (il presente di quel Seicento, intendiamo) che darà vita a un esito architettonico tanto eclettico quanto originale e armonioso, dove gli stilemi della facciata della villa, con un bello scalone a rampe speculari e cinque finestre, con davanzale aggettante e sorretto da mensole, rimandano a una consueta nomenclatura del Seicento toscano; come pure l’ambizioso doppio loggiato, che disegna e profila la facciata posteriore della proprietà. Ma la convivenza cui abbiamo accennato esce, evidente, nell’antico cassero dell’originario castello, inglobato al centro della villa e i cui merli svettano orgogliosi fra le coperture a tetto.
Di poco successiva è l’adiacente chiesetta di Santa Lucia, eretta sulle fondamenta d’un precedente oratorio che, sull’altare conserva un piccolo capolavoro del Sagrestani, certo il più significativo maestro del trapasso fra Barocco e Rococò in Toscana, che dipinge San Bartolomeo che libera la moglie del re d’Armenia dal demonio, tela di graziosissima maniera, tutta giocata sull’abile sveltezza del tocco e su una tavolozza lieve, dai colori pastello.
E poi altri affreschi e stucchi nelle sale interne della villa, recentemente tornati alla luce dopo un restauro, ci parlano di una dimora assai preziosa, resa ancor più elegante e compiuta da un giardino e un parco all’inglese, allestiti a metà Ottocento da un esponente della famiglia, ancor oggi proprietaria. Famiglia che dal Seicento ha confermato un amore speciale per questo luogo, oggi fra i più deliziosi e architettonicamente felici del Valdarno aretino.

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