Quel palazzo ‘alla romana’ che non piacque ai fiorentini

Non ha la severa bellezza dei più celebri e celebrati palazzi fiorentini del primo Rinascimento, quella forza compassata dei bugnati in pietra serena, quei portali d’ingresso che, come le finestre a tutto sesto, spesso a due ordini di eleganti bifore, paiono non voler prendere il sopravvento su altri elementi, mossi da  un pensiero più alto, quello dell’armonia del disegno complessivo, che ogni elemento è chiamato, sommessamente, a contribuire ad esaltare, secondo  gli stilemi dell’idea del bello Rinascimentale. Qui i concetti si ribaltano, cambiano i propositi e con essi le idee estetiche.

Per questo palazzo Bartolini Salimbeni, che sorge in piazza Santa Trinità, proprio davanti alla storica Colonna della Giustizia, dopo la sua edificazione suscitò una sorta d’indignazione che portò a feroci critiche da parte dell’establishment culturale fiorentino, creando non pochi motivi di disappunto a chi lo progettò e lo eresse, quel Baccio d’Agnolo che fino a quel momento, siamo nel primo ventennio del Cinquecento, era stato fra i più considerati architetti, nonché scultori, in città. Da uno come Baccio era lecito attendersi un esito che riconfermasse lo stile dei suoi lavori precedenti, invece l’architetto, evidentemente in un momento di crisi e rinnovamento  della sua parabola artistica, se ne uscì con un edificio che pareva rovesciare quelle intoccabili e ‘perfette’ teorie.

La scandalosa facciata alla romana presenta, infatti, novità molto ardite, a cominciare dal portone, incorniciato ai lati da colonne e proseguendo con le finestre, che abbandonano l’arco a tutto sesto e il modello a bifora per un più lineare e nello stesso tempo eccentrico disegno rettangolare sormontato da timpani, con il frontone triangolare o ad arco che sostituisce l’arco tradizionale degli altri palazzi fiorentini coevi. E poi la divisione delle aperture in riquadri, l’utilizzo delle paraste, con piccole colonne scolpite, tutto pare uscire da un concetto nuove di visione esterica. E poi ultima e ulteriore eresia, l’utilizzo di pietre diverse per le varie facciate: la giallina pietra forte, che va a sostituire la pietra serena per la facciata principale (la pietra serena, invece, sarà utilizzata per le facciate laterali).

Insomma un’opera davvero diversa, innovativa, che, critiche a parte, consegnerà alla città il primo edificio che avrà la forza di rompere col Rinascimento per aprire una nuova stagione estetica che anche in pittura, con Andrea del Sarto e i suoi allievi, andava insinuandosi nell’olimpica serenità dei modelli rinascimentali: La Maniera.

Meno ardito perché in reale dialogo con le scelte estetiche dei palazzi fiorentini del periodo è invece il grazioso cortile, dove Baccio esordisce con un portichetto su tre lati chiuso da archi a tutto sesto e con il quarto lato ad arco a sbarra su cui sembrano poggiare i piani superiori. Cortile deliziosamente decorato a graffiti e a grottesche monocrome che creano un raffinatissimo ‘divertimento visivo’ e che si… arrampicano fino alla loggetta del piano superiore, esito di grande grazia e di levità, che accentua il ritmo snello del cortile, sottolineando l’estetismo.

Davvero un prezioso edificio per Firenze, perché genialmente realizzato da un architetto di grande prestigio e coraggio, che aveva piena coscienza dei suoi mezzi se, a chiusura dei lavori, in risposta ai suoi detrattori, scolpì sopra il portale d’ingresso, queste parole: Carpere promptius quam imitari, a dire “Criticare è più facile che imitare”. Un modo per rispondere con distaccata eleganza e per riconfermare la consapevolezza del proprio operato.

Nel 2018, proprio al primo piano, è stata inaugurata una pregevole raccolta di arte moderna e contemporanea del collezionista Roberto Casamonti.

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