Memorie medicee in trionfo rococò

Un po’ fortilizio, un po’ rustica residenza agricola, un po’ ameno luogo di ‘delizie’ e di svago. Per come appare oggi la villa medicea di Buti, è il frutto di un connubio di diverse età e di differenti identità architettoniche che si sono perfettamente integrate tanto da aver raggiunto un esito di eclettica e originale omogeneità. Una sintesi armoniosa di sei secoli di riconversioni e ristrutturazioni che rappresentavano il mutamento di un gusto perfettamente adattato a nuove finalità e utilizzi del complesso.

Nel XVI secolo i Medici erano proprietari della Fattoria delle Cascine di Buti, ricostruita sui resti di un’antica fortezza del IX secolo. Quando nella seconda metà del Seicento, la proprietà passò alla famiglia Petracchi, iniziò ad assumere un aspetto più gentile, da dimora signorile, visto che furono fatti lavori per darle la dignità di un vero e proprio palazzo di famiglia.
Agli inizi del Settecento Giovanni Mattia Berti rilevò la proprietà, che, nel 1767 passo di nuovo di mano a Santi Banti uomo facoltoso e ambizioso che ampliò il palazzo e chiamò il noto maestro Pietro Giarré, già autore di notevoli affreschi nella SS. Annunziata di Firenze e nella non lontana Certosa di Calci. I considerevoli investimenti dettero all’edificio un definitivo aspetto da palazzo di ‘delizie’ e di svago, tipico del gusto rococò ma, al contempo, anche un orgoglioso palazzo cittadino, visto che sorgeva proprio sulla parte più a nord del centro storico dell’abitato.

Dall’esterno l’edificio ha conservato memorie delle sue antichissime origini, con una teoria di merli a parlarci, appunto, della sua prima stesura fortificata; la facciata d’ingresso, invece, ci porta in un pieno Seicento fiorentino, ma una volta superato il portone tutto si volge verso una levità interamente settecentesca, con gli affreschi del Giarré ad ‘imbandire’ il salone e le stanze, in un tripudio di allegorie dai colori vivacissimi, connotate da begli effetti a trompe l’œil e da altre illusioni scenografiche d’ingegnosa immaginazione.

Il pennello virtuoso del maestro trova, poi, ancora maggiori ragioni di espressività nei saloni del piano superiore e nel grandioso salone centrale con illustrazioni di celebri temi mitologici quali le felicissime Ermione tra i pastori, episodio narrato dal Tasso nella sua Gerusalemme Liberata e Diana ed Ermione, vicenda tratta dall’opera i Dialoghi degli dei, del filosofo sofista Luciano di Samosata.

Ancora rilevante l’intervento del Giarré nelle stanze dette delle Arti Liberali e Meccaniche, dove esprimerà il tema ricorrendo a decorazioni con falsi stucchi e finte statue monocrome, il tutto in un’inesauribile libertà creativa che farà identificare dalla critica questo suo ciclo affrescato come il suo capolavoro.

All’altezza di una dimora così sorprendente anche il giardino, che prende corpo nella parte posteriore e che rimane conclusus dentro le mura della recinzione medievale. Uno spazio verde che si muove fra il gusto del giardino all’italiana e quello naturalistico all’inglese, con tre superfici terrazzate, con aiuole rettangolari, giochi geometrici che convergono su una vasca centrale, statuette allegoriche e cento altri accorgimenti estetizzanti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: