Palazzo Pfanner o del giardino dello Juvarra

Lucca. Via degli Asili. Un breve e angusto tratto nel cuore del centro storico. Qui, al civico 33 un grande portone si apre su uno fra i più sfarzosi edifici lucchesi, Palazzo Pfanner. Un unicum in città. Tuttavia, la pur imponente facciata, un po’ soffocata dall’ubicazione, non può dare l’esatta dimensione del corpo di fabbrica e neppure riesce a far percepire la bellezza degli ambienti e dello spettacolare giardino. Insomma per ammirare l’edificio in tutto il suo mosso e armonioso disegno ci si deve recare sulle mura, dove ci si aprirà uno spettacolo inaspettato. Il più bel giardino del centro storico lucchese diventa il lussuoso prologo della facciata posteriore del palazzo, composta da due simmetrici corpi di fabbrica aggettanti sullo spazio verde.

Palazzo grandioso e architettonicamente eclettico, seppur contrassegnato da una precisa impronta barocca, conferitagli, a partire dal 1660, al momento dell’inizio della sua edificazione, da un architetto non individuato e per volere della ricca famiglia mercantile lucchese dei Moriconi. Ma già vent’anni più tardi i proprietari, caduti in disgrazia, saranno costretti a cedere l’edificio ai Controni, famiglia in grande ascesa sociale, che chiamerà l’ottimo architetto lucchese Domenico Martinelli, che nel frattempo aveva raggiunto fama europea lavorando in Polonia e soprattutto per l’alta società viennese, introducendo Oltralpe il gusto del barocco italiano d’impronta berniana, ad ampliare considerevolmente il complesso che raggiungerà un fasto regale con l’introduzione dello scenografico doppio scalone che si sviluppa appena varcato l’ingresso del palazzo. Scalone che porta al piano superiore e le cui volte saranno affrescate da Bartolomeo de Sanctis e Lorenzo Martelletti, valenti maestri locali di pratica e sicura mano. Da qui s’accede al grande, principesco salone centrale, interamente affrescato da uno fra i maestri più in voga nel periodo, quel Pietro Paolo Scorsini, caposcuola di un genere di grande effetto scenico detto quadraturismo, una sorta di pittura giocata sugli effetti d’illusione del trompe-l’œil.

Dal Salone, fulcro della parte nobile, si aprono ambienti di deliziosa eleganza, a partire dal salottino del thè, la stanza da letto, la sala da pranzo, la settecentesca, grande cucina. E dalle grandi finestre del salone lo sguardo spazia su un giardino che è il più bello della città, probabilmente allestito su progetto dell’architetto e scenografo Filippo Juvarra, che nello stesso periodo stava lavorando al ripristino dell’area verde di villa Mansi a Segromigno. Giardino che si muove come scandito da quattro statue allegoriche che rappresentano i quattro elementi, Vulcano (fuoco), Mercurio (aria), Dionisio (terra) e Oceano (acqua) e che incorniciamo una bella fontana centrale. Le aree arboree sono ricche di piante odorose e da frutto e a loro volta delimitano piccole aree erbose di elegante geometria.

Attorno alla metà dell’Ottocento la proprietà del palazzo passò alla famiglia bavarese degli Pfanner e ancora oggi i discendenti della stessa ne mantengono la proprietà.

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