Dei Soderini, dei Medici, dei Rinuccini, dei… fiorentini

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Palazzo Rinuccini, come dire uno fra gli antichi e grandiosi edifici fiorentini che conserva un retaggio di memorie illustri che partono dal Quattrocento allungandosi fino all’Ottocento. Quattro secoli in cui il nobile complesso andò ampliandosi e trasformandosi fino a raggiungere l’attuale disposizione, che, fatte salve alcune modifiche apportate nel Settecento dal Giovannozzi, che progettò le grandi scale che portano ai piani superiori e disegnò il giardino e la loggia, è quella di un palazzo degli inizi del Seicento, almeno nella sua parte più significativa, progettata dal Cigoli, che comprende la già ‘teatrale’ e prebarocca facciata che prospetta su via Santo Spirito e l’ampio cortile a quadriportico.

Ma andando per ordine dobbiamo fare un salto indietro per tornare alla seconda metà del Quattrocento, a quando la potente famiglia dei Soderini, abitava in questa dimora, certo molto diversa dall’attuale. Qui, visse anche quel Pier Soderini, eletto Gonfaloniere della Repubblica poco dopo gli anni bui del regime teocratico imposto dal Savonarola. Dopo la caduta in disgrazia dei Soderini i Medici confiscarono loro il palazzo che agli inizi del Seicento cedettero ai Vitelli e poi, appunto, ai Rinuccini, che avevano proprietà limitrofe, proprio all’angolo con via Maffia, e che pensarono di ampliare il complesso riorganizzando il tutto in un unico grandioso edificio. La non semplice incombenza fu affidata al Mannaioni, che nell’ambiente dell’antica biblioteca, fra l’altro, progettò e realizzò uno fra i ‘teatri da palazzo’ più graziosi del Settecento fiorentino (oggi in fase di restauro) molto apprezzato e in voga per tutto l’Ottocento. L’ultimo ampliamento del palazzo è della prima metà dell’Ottocento, quando al già grandioso Rinuccini sarà inglobato anche palazzo Pecori, adiacente al primo, per mano dell’architetto Pier Francesco Silvani e per volontà dell’omonima famiglia, che nel frattempo era diventata proprietaria anche del Rinuccini.
Oggi, il palazzo presenta un felice eclettismo architettonico dato dalla sue vicende visto che amalgama sapientemente gli stilemi e i gusti dei diversi momenti in cui è stato ripensato, rivisto, riorganizzato.
Ma forse l’aspetto che più di ogni altro lo contraddistingue dal punto di vista della preziosità è la concentrazione di opere d’arte che, al tempo della sua definitiva ricostituzione, furono fatte eseguire, soprattutto in affresco da quel geniale e ancora non abbastanza valorizzato gruppo di maestri fiorentini che nel Settecento dettero una loro, misurata ed elegante lettura della nuova lezione Rococò. Ci riferiamo ad Anton Domenico Gabbiani, a Ignazio Enrico Hugford, a Domenico Giarrè, a Vincenzo Meucci, solo per citare i più celebri, artisti che ancora attendono di essere compiutamente riscoperti in una grande mostra sul Settecento Toscano, ormai annunciata da decenni ma che ancora attende la sua ribalta.
Il palazzo appartiene al Comune di Firenze.

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