La memoria dei Sangallo in un palazzo del barocco fiorentino

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Fra il 1490 e il 1491 gli ottimi Giuliano e Antonio da San Gallo, epigoni della lezione del Brunelleschi e dell’Alberti e architetti prediletti del Magnifico Lorenzo, ormai al culmine della fama, acquistarono dei terreni nell’area attorno alla SS. Annunziata. Area che di lì a poco sarebbe diventata una sorta di zona residenziale di molti fra gli artisti fiorentini di maggior fortuna: Andrea del Sarto pochi anni più tardi si sarebbe costruito la propria casa a poche decine di metri di distanza, il Cellini andò ad abitare nella prossima via della Pergola, il Pontormo in via della Colonna, il Perugino in Borgo Pinti.Nel 1498 i due solerti fratelli, naturalmente su loro progetto, s’erano già costruiti un bel palazzo (oggi sito in Borgo Pinti, 69) che in breve, come ricorda il Vasari, divenne anche il luogo di una scelta e nutrita raccolta di reperti archeologici e di opere d’arte di altri artisti amici. L’edificio aveva un solido disegno tendente al quadrato e un vasto orto che aveva un ampiezza almeno doppia dell’attuale giardino.
Ma della ‘casa’ dei Sangallo e della loro collezione non è rimasto altro che una raffinata memoria visto che i loro eredi dispersero rapidamente i beni mobili e nel 1603, vendettero il complesso a Sebastian Ximenes d’Aragona che incaricò l’architetto Gherardo Silvani di trasformare integralmente l’esistente per un palazzo più grandioso e nobile. Il Silvani ampliò gli ambienti e ridisegnò integralmente la facciata, sistemando l’area verde con un elegante giardino all’italiana.
In seguito, saranno apportate ulteriori modifiche fino a giungere all’odierna sistemazione ch’è quella di uno splendido palazzo con ancora la facciata del Silvani a bugnato in pietra serena, ritmata da coppie di finestre inginocchiate con timpani spezzati e terrazzo al piano superiore che agisce da fulcro per quattro finestre architravate che rifiniscono un disegno di bella ed eclettica pulizia formale. Di armoniose proporzioni il cortile, al centro del quale campeggia una bella scultura, Ercole che lotta contro il leone, opera di Giovanni Baratta, uno fra gli artisti più in vista del tardo barocco toscano. Originale e immaginifico l’atrio, decorato da due scale simmetriche e da un soffitto a cornici di evidente gusto rococò.
Al piano nobile il principesco Salone da Ballo è impreziosito da stucchi e grandi quadrature con affreschi d’antiche rovine, in una sala attigue ancora considerevoli affreschi con scene mitologiche.
Nell’Ottocento il palazzo passò ai Panciatichi che ne furono proprietari fino alla metà del secolo scorso, poi passò ai Rabitti-San Giorgio, agli Arrigoni degli Oddi e per matrimonio ai Ruffo di Calabria. L’attuale proprietaria è Isabella Fabrizia Ruffo di Calabria Becherucci.

 

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